Il suicidio di una classe dirigente
Come la sinistra ha consegnato le nazioni alla destra
C’è un errore di prospettiva che attraversa quasi tutti i commenti sulle vittorie della destra in Europa, e consiste nel guardare dalla parte sbagliata del campo. Si analizzano i leader vincenti, i loro linguaggi, i loro algoritmi, la loro presunta capacità di intercettare la rabbia. Si costruisce ogni volta la stessa spiegazione: la destra ha saputo parlare alla pancia del Paese.
È una spiegazione consolatoria, perché attribuisce all’avversario un merito e quindi conserva l’idea che ci sia stata una partita. La realtà è meno gloriosa per tutti. La destra non ha conquistato il governo delle nazioni: lo ha ricevuto. Le è stato consegnato, pezzo per pezzo, da una sinistra che nell’arco di trent’anni ha smesso di rappresentare le persone che diceva di rappresentare, e che ha coperto quell’abbandono con un linguaggio morale sempre più fitto man mano che il contenuto sociale si assottigliava.
Il momento della mutazione
In Italia la data simbolica è il 1991, la Bolognina, la fine del PCI. Ma la trasformazione decisiva è successiva e più profonda, e non riguarda un nome sull’intestazione: riguarda l’abbandono del conflitto sociale come categoria di lettura della realtà.
La sinistra europea, tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, prende una decisione strategica precisa. Constatata la sconfitta storica del socialismo reale, decide che il capitalismo finanziario e la globalizzazione non sono un terreno di conflitto ma un dato naturale, e che il compito della sinistra non è più redistribuire il potere, ma governare bene il mercato. Il New Labour di Blair, i Democratici di Clinton, la SPD di Schröder con l’Agenda 2010, l’Ulivo e poi il PD in Italia: la formula cambia nei dettagli, l’architettura è la stessa. Liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, vincoli di bilancio, tecnocrazia europea. Cioè l’agenda economica della destra liberale, eseguita da una classe dirigente di provenienza progressista.
È qui che accade il fatto centrale: la sinistra non si è “moderata”. Ha indossato i vestiti dell’avversario e li ha portati meglio di lui, perché li ha portati con la credibilità morale di chi veniva dall’altra parte. Le riforme che una destra dichiarata non avrebbe potuto far passare senza scioperi generali sono state approvate da governi di centrosinistra, con l’opposizione sindacale neutralizzata dall’appartenenza. Il Jobs Act è stato firmato da un segretario del Partito Democratico. La riforma delle pensioni più dura della storia repubblicana è passata con il sostegno determinante del centrosinistra. Non sono incidenti: sono la coerenza di quella scelta strategica.
Il ceto sostituito
Il dato che chiude ogni discussione non è ideologico ma statistico, ed è stato messo in fila da Thomas Piketty — che non è esattamente un pensatore reazionario. Analizzando i flussi elettorali di Francia, Stati Uniti e Regno Unito dal dopoguerra a oggi, Piketty documenta un ribaltamento completo: fino agli anni Settanta i partiti di sinistra prendevano voti dagli elettori meno istruiti e meno abbienti; dagli anni Duemila prendono voti dagli elettori più istruiti, mentre i redditi bassi e i titoli di studio bassi migrano altrove o si astengono. Piketty la chiama “sinistra brahmina”: un partito dei laureati urbani che si contrappone al partito dei mercanti, mentre chi lavora con le mani non ha più nessuno dei due.
In Italia la fotografia è la stessa. Il centrosinistra vince nei centri storici delle grandi città e perde nelle periferie delle stesse città. Vince tra i dirigenti e i professionisti, perde tra operai, artigiani, partite IVA, disoccupati. Nel 2018 quel voto è andato in massa al Movimento 5 Stelle al Sud e alla Lega al Nord; nel 2022 si è consolidato su Fratelli d’Italia. Non è cambiata la domanda sociale: è cambiato chi si è preso il disturbo di risponderle.
L’immigrazione come frattura di classe
Nessun tema mostra il divorzio con la stessa nitidezza. E la questione non è, come si dice per semplificare, che la sinistra sia stata “troppo buona”. È che ha trattato l’immigrazione esclusivamente come questione morale, rifiutandosi di trattarla anche come questione di classe.
Perché una grande offerta di lavoro a basso costo, in un mercato deregolato, ha effetti diversi a seconda di dove ti trovi. Se hai una laurea e un lavoro protetto, l’immigrazione ti porta servizi più economici, ristoranti, assistenza domestica per i tuoi genitori, e nessuna concorrenza sulla tua posizione. Se fai l’operaio edile, il magazziniere o il bracciante, la stessa dinamica ti arriva addosso come pressione sul salario e sulle condizioni. Se abiti in un quartiere popolare, i costi dell’integrazione — scuole, servizi, sicurezza percepita — li paghi tu e non chi la predica dai quartieri centrali.
Questa non è una tesi xenofoba: è la ragione per cui, storicamente, i sindacati di sinistra ponevano il problema della regolazione dei flussi come tutela dei lavoratori, e per cui gli imprenditori chiedevano frontiere aperte. Nel giro di una generazione le posizioni si sono invertite, e il centrosinistra si è ritrovato ad argomentare, di fatto, la stessa cosa che chiedeva Confindustria, con parole umanitarie.
Il punto di rottura definitivo, però, non è stata la politica migratoria in sé. È stata la risposta a chi la contestava. A un operaio che poneva un problema materiale è stata data una diagnosi morale: sei razzista, sei ignorante, sei manipolato. In una parola americana famosa, sei deplorable. È il momento in cui un elettorato smette di sentirsi rappresentato male e comincia a sentirsi disprezzato. Da lì non si torna indietro con una campagna di comunicazione.
La sostituzione del conflitto
Ciò che ha riempito il vuoto è noto: il conflitto di classe è stato sostituito dal conflitto identitario. Non perché i diritti civili non contino — contano, e le battaglie vinte su quel terreno sono tra le cose migliori fatte dalla sinistra negli ultimi decenni — ma perché quei diritti hanno un vantaggio politico decisivo per una classe dirigente che ha rinunciato a toccare la distribuzione della ricchezza: non costano nulla a nessun potere economico. Si può essere radicalissimi sui diritti e perfettamente allineati sulla finanza. È esattamente ciò che è avvenuto.
Il risultato è un campo progressista che ha conservato il linguaggio della radicalità e perso il contenuto del conflitto, e un elettorato popolare che, di fronte a due partiti entrambi favorevoli allo stesso ordine economico, ha scelto quello che almeno gli parlava di appartenenza, confine, comunità, nazione. Parole che la sinistra aveva sgomberato dal proprio vocabolario dichiarandole sospette.
Le obiezioni, che vanno prese sul serio
Chi contesta questa lettura ha alcuni argomenti che sarebbe disonesto ignorare.
Il primo: la globalizzazione e i vincoli europei erano condizioni reali, non scelte libere, e un governo di sinistra che avesse tentato la strada opposta negli anni Novanta sarebbe stato travolto dai mercati — la Grecia del 2015 è lì a ricordarlo.
Il secondo: la destra al governo non ha invertito nessuna delle politiche economiche che la sinistra avrebbe “importato”. Salari e precarietà non sono cambiati, la flessibilità non è stata smontata, il fisco non è diventato più progressivo. Se la diagnosi è il tradimento sociale, la terapia proposta dalla destra non è una terapia: è la stessa malattia con un’altra bandiera.
Il terzo, e il più serio: molti elettori popolari non hanno votato a destra per ragioni economiche ma culturali, e continuerebbero a farlo anche di fronte a una sinistra pienamente redistributiva. Se è vero, la frattura è più profonda di quanto questa tesi ammetta.
Nessuna di queste obiezioni, però, smonta il punto centrale. Anzi lo rafforza: se la destra governa senza cambiare l’ordine economico e continua comunque a vincere tra chi da quell’ordine è penalizzato, allora vince perché è rimasta sola sul campo. Ha vinto per abbandono dell’avversario.
Non un merito, un lascito
Sarebbe più comodo, per tutti, credere a una destra geniale. Consentirebbe alla sinistra di studiare le tecniche del vincitore, aggiornare il linguaggio, assumere consulenti, e ricominciare uguale.
Ma un partito non perde gli operai per un problema di comunicazione. Li perde quando, messo davanti alla scelta tra rappresentarli e rappresentare chi li impiega, sceglie i secondi e chiama la scelta modernità. Finché quella scelta non verrà nominata per quello che è stata, ogni sconfitta continuerà a essere spiegata con la bravura degli altri.
— Avantinsieme.it


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