C’è qualcosa che non torna, nei fatti di cronaca degli ultimi anni. Non è solo la violenza in sé — la violenza tra giovani esiste da sempre, in ogni società. È altro. È l’espressione sui volti. La calma con cui si racconta. Il filmato girato invece del soccorso prestato. La risata dopo. L’indifferenza davanti alla morte — propria e altrui — come se fosse una cosa normale, quasi neutra.

A Monreale, nella primavera del 2025, un ragazzo di 19 anni ha aperto il fuoco durante una rissa, uccidendo tre ventenni e ferendone altri due. Futili motivi. A Roma, Ilaria Sula, 24 anni, uccisa a coltellate da Mark Samson, 23 anni, che subito dopo ha contattato via social gli amici della vittima fingendo di non sapere nulla. A Messina, Sara Campanella, 22 anni, assassinata mentre tornava a casa dopo le lezioni, dal collega di corso che la ossessionava. Non casi isolati: una sequenza.

La domanda vera non è “perché esistono giovani violenti”. La domanda è: perché tanti giovani sembrano non sentire più nulla di fronte alla morte?

La responsabilità degli algoritmi

Il primo imputato è il sistema. Non la tecnologia in sé — ma il modo in cui è stata progettata per catturare attenzione a qualunque costo.

Gli algoritmi delle piattaforme social — TikTok, Instagram, YouTube Shorts — sono ottimizzati per il coinvolgimento emotivo massimo nel minor tempo possibile. La violenza genera coinvolgimento. Il conflitto genera coinvolgimento. La sofferenza altrui genera coinvolgimento. E il sistema premia tutto ciò che genera coinvolgimento, indipendentemente dal contenuto.

Il risultato è che un adolescente che passa tre ore al giorno su questi feed viene bombardato da migliaia di immagini di violenza reale e simulata, normalizzata, spettacolarizzata, spesso commentata con ironia. Il meccanismo neurologico che dovrebbe scattare di fronte alla sofferenza — l’empatia, che è una risposta fisica prima ancora che morale — si desensibilizza per sovraesposizione. Come un muscolo che smette di rispondere agli stimoli perché è stato sollecitato troppo, sempre nello stesso modo.

La violenza viene talvolta glorificata nei media e nei social, dove il successo e il riconoscimento vengono associati a comportamenti violenti o provocatori. Non è un’esagerazione: è il modello di business di intere piattaforme. La responsabilità delle tech company è enorme, e quasi mai viene discussa in questi termini.

La responsabilità della famiglia

Ma gli algoritmi non agiscono nel vuoto. Agiscono su terreni già fragili.

Molti ragazzi sembrano crescere in ambienti dove l’ascolto è raro e i modelli relazionali sono frammentati, portando a una progressiva perdita di empatia. La famiglia non è solo il posto dove si mangia e si dorme. È il primo luogo dove si impara che l’altro esiste, che la sua sofferenza conta, che le proprie azioni hanno conseguenze sulle persone reali. Quando questo apprendimento non avviene — per assenza dei genitori, per conflitti cronici, per povertà materiale e affettiva — il ragazzo arriva agli algoritmi già svuotato di strumenti per resistere.

Il cellulare dato come baby sitter a due anni non è una metafora: un sociologo di Transcrime osserva una difficoltà relazionale nei giovanissimi trasversale a tutto il paese, e indica nell’uso del telefono come sostituto della relazione uno dei nodi centrali. Il problema non è il device. È che il device ha sostituito qualcosa che il device non può dare: la presenza umana, la risposta emotiva reale, il limite posto da un adulto che ci tiene a te.

La responsabilità della scuola

La scuola italiana è rimasta, nella sostanza, ferma al Novecento. Insegna contenuti, verifica competenze cognitive, misura rendimenti. Non insegna a gestire la rabbia. Non insegna a riconoscere il proprio stato emotivo. Non insegna che la propria vita vale qualcosa, che la vita degli altri vale qualcosa.

Il Rapporto INVALSI 2025 segnala che la dispersione implicita torna all’8,7%: una quota significativa di studenti arriva al termine del percorso scolastico senza competenze fondamentali, restando formalmente dentro il sistema ma sostanzialmente lontana da una piena cittadinanza culturale. Ragazzi che frequentano senza capire, senza sentirsi visti, senza costruire un’identità solida. Terreno fertilissimo per le dinamiche di gruppo violente, dove finalmente si esiste, si conta, si è qualcuno.

La violenza giovanile appare sempre più come il punto terminale di un processo di impoverimento materiale e simbolico, in cui si intrecciano fragilità economica, perdita di fiducia, dispersione scolastica, solitudine familiare, assenza di spazi aggregativi e difficoltà nella gestione delle emozioni.

La responsabilità della società

Nel 2025, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale si attesta al 22,6%, pari a circa 13 milioni di persone. Il Mezzogiorno registra un’incidenza del 38,4%. Questi numeri non sono lo sfondo della violenza giovanile. Sono parte della sua causa. Un ragazzo che cresce in una periferia senza futuro visibile, senza modelli positivi, senza la sensazione che le regole sociali esistano per lui e non solo contro di lui, sviluppa un rapporto con il mondo fondamentalmente ostile. La violenza diventa, in certi contesti, l’unica forma di agency disponibile: l’unico modo per sentire che esisti, che conti, che puoi fare qualcosa.

La vera questione: l’anestesia emotiva

Quello che più preoccupa non è la violenza in sé. È l’indifferenza alla morte — propria e altrui — come tratto emergente. Circa il 40% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha partecipato a zuffe o risse, il 12% prende parte a violenze di gruppo dirette contro sconosciuti, e in oltre il 5% dei casi gli scontri portano a ferite gravi. Ma la statistica non coglie la cosa più inquietante: il fatto che molti di questi ragazzi non sembrino capire — o sentire — la gravità di quello che fanno.

Questo non è cinismo. È qualcosa di più profondo: è l’assenza di un sé abbastanza solido da percepire il peso della vita. Propria e altrui. Chi non sente il valore della propria vita non può sentire il valore di quella degli altri.

È qui che falliscono tutti insieme: la famiglia che non ha dato un senso di sé, la scuola che non ha costruito identità, gli algoritmi che hanno normalizzato la morte come contenuto, la società che ha abbandonato interi territori e intere generazioni alla precarietà materiale e simbolica.

Non è una questione di pene più dure

La risposta securitaria — più carcere, età imputabile più bassa, metal detector alle scuole — è comprensibile emotivamente e inutile strutturalmente. Trattare il disagio giovanile solo con strumenti repressivi rischia di essere un errore fatale: la disciplina senza relazione educativa resta controllo esterno, non interiorizzazione consapevole del limite.

Quello che serve è più difficile e più lento: restituire ai giovani un senso di esistenza che non passi attraverso la violenza. Famiglie presenti. Scuole che educano alle emozioni. Algoritmi regolamentati, non ottimizzati per la radicalizzazione. Territori dove c’è qualcosa da fare, qualcosa da costruire, qualcosa per cui valga la pena restare vivi.

È una questione politica prima ancora che morale. E fin quando la si tratterà come cronaca nera da consumare tra uno scroll e il prossimo, il problema non farà che peggiorare.

HO ATTIVATO 1 PETIZONE EUROPEA ED ALTRE ISTITUZIONI SUGLI ALGORITMI PREDATORI


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